Omelia del Parroco nella Messa della Prima Domenica di Quaresima, Terza Giornata "Memorare"

  • 26/02/2023
  • Don Gabriele

Omelia nella S. Messa per la Terza giornata Memorare – 26 febbraio 2026

Saluto di cuore le autorità civili di Castiglione d’Adda e di Terranova dei Passerini e le autorità militari.

Saluto i membri del Consiglio Pastorale Parrocchiale.

Le letture delle domenica di quaresima di quest’anno sono legate al catecumenato e all’iniziazione cristiana che culmina nel battesimo impartito nella notte pasquale. Oggi, prima domenica, alla narrazione dei nostri progenitori che soccombono alla tentazione (I lettura: Gen 2,7-9; 3,1-7) fa riscontro Gesù che vince la tentazione (vangelo: Mt 4,1-11) e offre a ogni cristiano la possibilità di fare delle proprie cadute l’occasione di conoscere la grazia di Dio (II lettura: Rm 5,12-19).

La prima lettura, tratta dal libro della Genesi, dopo la consumazione del peccato, termina con questo inciso: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi”. Aprire gli occhi significa capire, conoscere, rendersi conto della propria vulnerabilità. E non è stata forse questa l’esperienza che abbiamo vissuto tre anni fa? Non ci siamo resi conto, d’un colpo, come eravamo diventati vulnerabili, piegati e piagati da qualcosa di invisibile ad occhio nudo ma così tanto letale? Abbiamo fatto l’esperienza della nostra nudità resa planetaria in un mondo che ha capito come non mai di essere davvero un villaggio globale. Abbiamo fatto l’esperienza dell’essere indifesi, appunto come quando si è nudi, con la paura negli occhi e nel cuore. La nudità dei progenitori era connessa alla scelta di non accettare la loro creaturalità, ma non è forse vero che anche la nudità nostra di tre anni fa era connessa in qualche modo al delirio di onnipotenza che aveva causato l’estendersi del virus letale? Dunque questa nudità porta con sé un monito da accogliere: per quanto grande sia, la creatura umana resta limitata; la consapevolezza di questo limite induca in tutti la necessaria umiltà in ogni campo in cui la nostra attività si dispiega: da quello scientifico a quello filosofico, da quello economico a quello sociale. Ricordare la nostra nudità, cioè il nostro limite ci rende pellegrini intelligenti che posano il piede con sicurezza sul sentiero perché ne hanno saggiato la consistenza, altrimenti si corre il rischio di essere pericolosi avventurieri.

Nella pagina evangelica la prima delle tre tentazioni subite dal Signore riguarda i beni materiali: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». La tentazione consiste nel far dipendere l’intera vita dai beni, togliendo così ogni riferimento al trascendente. Il diavolo, che odia l’uomo, riduce la creatura umana allo “stomaco”: l’importante è soddisfare i propri appetiti di qualsiasi genere essi siano, qui sintetizzati dal vocabolo “pane”. E non è forse vero che allo scoppio della pandemia si viveva in un perenne carnevale inconsapevoli della sciagura che si stava riversando sulle nostre teste, come ubriacati da tutto ciò che avevamo a nostra disposizione? Di che cosa avevamo bisogno? Di Dio? Men che meno. Ma quando la minaccia strisciante e invisibile si è fatta prossima, il bisogno di Dio è ritornato impellente. Allora quasi tutti hanno ripreso a pregare, a supplicare, a promettere di cambiare … Quanto c’era di genuino in quel “ritorno di fiamma”? Se dobbiamo misurarlo sul prosieguo, poco; infatti nel giro di non molto, tutto è tornato come prima, siamo tornati ad essere fagocitati nell’illusione che le cose materiali siano sufficienti per vivere, restringendo il nostro orizzonte al soddisfacimento del nostro “stomaco”, per usare l’immagine utilizzata sopra. Vorrei che questa celebrazione ci riaprisse un po’ gli occhi: «“Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Ricordare quei giorni, significa riprendere la consapevolezza che la cultura consumistica attuale – i beni come orizzonte di senso – tende ad appiattire l’uomo sul presente, a fargli perdere il senso del passato, della storia; ma così facendo lo priva anche della capacità di comprendere se stesso, di percepire i problemi, e di costruire il domani. Infatti, i conti sull’uomo, senza Dio, non tornano, e i conti sul mondo, su tutto l’universo, senza di Lui non tornano.

E così siamo già entrati a parlare della seconda tentazione subita da Gesù che riguarda proprio il rapporto con Dio. “Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. E’ la sfida lanciata a Dio: se ci sei veramente, se esisti, fa’ qualcosa, fa’ un miracolo. E a chi non è passato nella mente in quei giorni tragici questo pensiero? Come poteva permettere Dio tutto quanto stava succedendo nelle nostre famiglie, negli ospedali, nelle case di riposo? Siamo stati in balia di un mare burrascoso: tra l’invocazione a Dio, la supplica, spesso mossa dalla paura più che dalla fede, e la tentazione di pensare che Dio era solo un “pio pensiero”, in definitiva Dio era inutile. Anzi, passata la paura, non pochi – credo – trovano ragionevole abbandonare la messa della domenica e anche la fede, giustificandosi proprio in base a questo pensiero. Certo il silenzio di Dio è impressionante, tanto che anche papa Benedetto, in un contesto diverso da quello di cui stiamo parlando, cioè visitando il campo di sterminio di Auschwitz, ebbe a dire: «In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?». Ma davvero Dio ha taciuto in quei giorni del 2020? Davvero egli non è stato vicino ai morenti, davvero non ha stretto lui la mano a ciascuno di loro visto che i familiari non lo potevano fare? Davvero Dio non ha operato attraverso i medici, gli infermieri, i volontari, gli amministratori, i sacerdoti e le religiose che in ogni parte del mondo non si sono tirati indietro a rischio della loro vita? Davvero Dio è rimasto chiuso in un’algida distanza? Da dove veniva la forza di andare avanti, la resilienza – termine diventato ormai famoso, la certezza che il sole sarebbe tornato a splendere, se non da Dio? Certo noi misuriamo Dio sui nostri timidi pensieri, ma Egli non è rimasto inattivo neppure in quei mesi. Per questo, Gesù risponde a Satana: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Infatti, metterlo alla prova è la cifra della perdita della fede, perché Dio è stato trasformato nel parafulmine dei miei problemi: e lì Dio non c’è più.

La terza tentazione riguarda il potere, cioè il dominio sugli altri. “Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». E’ impressionante ciò che dice il diavolo, ossia che egli possiede tutti i regni e la potenza del mondo e la dà a chi vuole (Luca). Che cosa ci sia stato di demoniaco nel sorgere e nel propagarsi a livello planetario della pandemia non è dato di conoscere, ma che neppure in quei frangenti non fossero cessati i maneggi di poteri occulti è stato sotto gli occhi di tutti. Soprattutto il potere economico ha ceduto spesso alle insidie del maligno, arrivando – qualcuno – a pianificare successi finanziari sulla sventura degli altri. La solidarietà è stata molta, insieme a sacche si insopportabile meschinità. Alla terza tentazione, Gesù risponde: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes usa un’espressione icastica per dire che il nostro destino non è legato al potere: “Creatura sine Creatore evanescit” (n. 3); la creatura senza il Creatore si dissolve (sparisce). Mentre il diavolo ci distrae verso il potere, Dio ci chiama all’adorazione, che è un atto di amore. “Dove scompare Dio, l'uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato, nel nostro tempo, i regimi totalitari e come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che rendono l'uomo dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano” (Benedetto XVI, udienza generale 15 giugno 2011). Che il Signore ci salvi dall’inganno del potere, sì, anche dall’inganno del potere sulla nostra vita, perché, come dice il Vangelo, “tu non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello della tua testa” (Mt 5,36). Al tempo dell’infuriare della pandemia ne avevamo contezza, ma ora?

Il Signore Gesù ha vinto le tentazioni del maligno con l’obbedienza, infatti, se avete fatto attenzione, al maligno risponde citando la Sacra Scrittura, la Parola di Dio. E così ci svela il senso della vera obbedienza. Essa non è il cieco ossequio dell’animale nei confronti dei comandi del suo padrone; non è questa l’obbedienza di Gesù. Essa deriva proprio dell’ascolto – ob-audire –che significa “ascoltare stando di fronte”, il che rinvia ad una relazione. Gesù sta di fronte alla parola del Padre e la tiene nel cuore, cosicché la sua obbedienza è la consapevolezza che quello è il suo bene. Proprio il contrario della pagina che abbiamo udito nella prima lettura, ove i nostri progenitori hanno ascoltato se stessi, pensando che essere come Dio passando per la disobbedienza a lui li avrebbe reso felici: e si sono trovati vergognosamente nudi, costretti a farsi una cintura di foglie – mentre prima sapevano che la loro nudità era custodita da Dio.

Anche noi siamo chiamati a scegliere quale obbedienza vogliamo: se quella del Figlio di Dio oppure quella delle nostre fantasie, che ci lasciano poi vergognosamente nudi.

Ogni esperienza - anche quella della pandemia – diventa una scuola di vita. Farne memoria – combattendo l’oblio, il quale, come dicono i padri del deserto, è la radice di tutti i mali – significa rileggerla alla luce della Parola di Dio, per collocarla in un orizzonte di senso e non nell’appendice di una storia da dimenticare.

Ora celebriamo l’Eucaristia, il sacrificio pasquale del Signore, che si rinnova sul nostro altare. In lui, il Vivente, i morti e i vivi si incontrano, nell’attesa che la sua pienezza ci raggiunga tutti. Ma, nella fede, noi già vediamo e fin da ora ce ne rallegriamo.

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