OMELIA DEL PARROCO ALLA MESSA PER LA PACE – 1° GENNAIO 2022 (prima parte)

  • 15/01/2022
  • Don Gabriele

OMELIA DEL PARROCO ALLA MESSA PER LA PACE – 1° GENNAIO 2022 (prima parte)

In questa solennità della Divina Maternità di Maria, celebriamo la 55ma giornata mondiale della pace. Nel consueto Messaggio, il Papa individua tre contesti estremamente attuali su cui riflettere e agire. Da qui il titolo: “Educazione, lavoro, dialogo tra le generazioni: strumenti per edificare una pace duratura”. Dopo la "cultura della cura", percorso proposto nel 2021 per “debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente”, per quest’anno il Papa propone una lettura che risponda alle necessità del tempo attuale e futuro. L'invito attraverso questo tema è dunque quello di "leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi". E allora partendo dai tre contesti individuati ci si può chiedere: Prima domanda: Come possono l’istruzione e l’educazione costruire una pace duratura? Di seguito, seconda domanda: il lavoro, nel mondo, risponde di più o di meno alle vitali necessità dell’essere umano sulla giustizia e sulla libertà? E infine – terza domanda: le generazioni sono veramente solidali fra loro? In che misura le Autorità politiche ed amministrative riescono ad impostare, in questo contesto, un orizzonte di pacificazione? Sono domande molto dense, che qui non possono essere che appena accennate, ma sono in grado di costituire uno stimolo per tutti, perché coinvolgono dimensioni essenziali del vivere in società. Sembrano prospettive inattuabili per i singoli, i quali, di fronte a temi così complessi possono sentirsi impotenti. Eppure se tutti, gradualmente, cambiamo il nostro modo di pensare, le azioni vengono di conseguenza. Una scuola che educa alla pace vedrà crescere bambini, adolescenti e giovani che ci credono e diventano artigiani della pace. Grosso interrogativo permane quello della conflittualità intrafamiliare, la quale non aiuta certamente a far crescere le nuove generazioni con una mentalità predisposta a costruire la pace. Le tensioni tra coniugi, che sfociano spesso nella separazione e nel divorzio, generano situazioni di conflittualità che rischiano di creare dei ragazzi arrabbiati, insicuri, trasgressivi e violenti. La famiglia ha bisogno di cura, di una grande cura, perché versa in condizioni di grossa sofferenza. Gli educatori, tra cui ci sono gli insegnati ma anche i catechisti e noi sacerdoti, si rendono conto della potenzialità del nucleo familiare ma anche della sua fragilità. Ogni buon intervento è evidentemente il benvenuto, ma non si può dimenticare che la condizione attuale della famiglia è frutto anche di quella rivoluzione culturale che ha avuto nel famoso ’68 la sua matrice: i frutti amari di quella filosofia che si è insinuata in molti strati della società e persino della Chiesa sono presenti ora nella mentalità che mette il proprio io – cioè il malinteso senso di libertà – sopra tutto e sopra tutti. Evidentemente tale mentalità è difficilmente componibile con il “dono di sé” che è il collante della vita familiare. La filosofia del ’68 si è poi “mutata” – per usare un linguaggio ricorrente nella storia attuale – nel nichilismo, nell’individualismo e nel cinismo, che sono autentico veleno per la famiglia e la società. La scuola, però, non riguarda più solo le giovanissime generazioni, ma anche gli adulti che arrivati in mezzo a noi da altri Paesi hanno bisogno di apprendere la nostra lingua. La parrocchia ha attivato il servizio di insegnamento dell’italiano a questi fratelli e sorelle con due appuntamenti settimanali il martedì e il giovedì sera in oratorio. Oltre all’apprendimento della lingua, questa “scuola” offre la possibilità dell’incontro, dello scambio, della fraternità, che sono tutti ingredienti per costruire rapporti fraterni. C’è ancora un buon cammino da fare a tal proposito perché, tranne poche eccezioni, coloro che appartengono ad altri Paesi vivono tra noi proprio come stranieri, nel senso che sembrano relegati in una dimensione fantasmatica: appaiono ogni tanto, ma non sappiamo nulla della loro vita né dei loro bisogni. Qualcosa arriva al Centro di Ascolto della Caritas parrocchiale, ma la vita di questi fratelli e sorelle per lo più ci è rimasta “straniera”. Da qualche anno tentiamo, come comunità cristiana, di dare vita ad una “festa delle genti” in occasione della solennità di Pentecoste, ma per un motivo o per l’altro non ci siamo ancora riusciti. Se le condizioni legate all’evolversi della pandemia ce lo consentiranno vorremmo nuovamente tentare, chiedendo fin da ora il coinvolgimento delle istituzioni.

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