Omelia alla Messa della notte di Natale 2021

  • 01/01/2022
  • Don Gabriele

Natale 2021

Omelia Messa della notte

Nel 1982, lo scrittore lombardo Giovanni Testori scrisse un’opera intitolata “La maestà della vita” nella quale si può leggere questo passaggio: «Il Natale è la nascita assoluta che riflette e assume, illumina e redime, benedice e consacra tutte le nascite di prima e tutte le nascite di poi. Ogni uomo che venga alla luce ripete il miracolo del Natale di Cristo; perché è Dio che decide quella nascita; è Lui che vuole quella vita. È proprio ciascuna di quelle nascite, ciascuna di quelle vite, nessuna esclusa, che l’ha spinto da sempre a incarnarsi».

Sono parole che invitano spontaneamente a riflettere proprio su quel verbo finale l’«incarnarsi» di Dio, che ci ha riuniti questa sera e che tipico del cristianesimo. Anzi, l’«incarnazione» è nel cuore stesso dell’annuncio cristiano, e - assieme alla risurrezione – ne è quasi il vessillo tematico.

Il Figlio di Dio è nato, ha voluto avere un inizio nel tempo lui che era e che rimane eterno, proprio per condividere realmente con noi la storia, la "carne". Come tutti noi, ha anche avuto una fine nel tempo, una morte. Con questo ingresso nella sequenza temporale ha deposto in tutte le nascite e in tutte le morti un seme divino, che trascende il tempo stesso. Come scrive Testori, il Natale del Figlio di Dio, «riflette e assume, illumina e redime, benedice e consacra tutte le nascite», tutte le vite.

L’«incarnazione» è incisa nella memoria di tutti, anche di chi è agnostico, con la frase lapidaria del celebre prologo del Vangelo di Giovanni: “E il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Nel greco con cui il vangelo di Giovanni è scritto, il Verbo di dice Logos.

Da un lato, dunque, c’è il Logos che è «in principio» - come si dice del Creatore nell’incipit stesso della Bibbia (Genesi 1,1: «In principio Dio creò il cielo e la terra...») -, egli è «presso Dio» ed è Dio. D’altro lato, però, questo Logos divino, perfetto, creatore, assoluto si insedia nell’orizzonte contingente e mutevole del tempo e dello spazio: «Il Logos divenne carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (1,14).

Il Verbo eterno e divino assume la sarx, ossia la caducità temporale. Tenendo conto che la sarx, "carne", è carica di caducità e finitudine, è davvero grande il paradosso dell’incarnazione, perché essa è assunta senza riserve; ha nella nascita il suo emblema, ma presuppone anche l’intero arco dell’esistere, fatto di un impasto di riso e lacrime, speranza e delusione, salute e malattia, sentimenti e umori, atti e parole, affetti e tradimenti, esperienze e silenzi.

In questa luce è suggestiva la ripresa del tema che Jorge Luis Borges ha proposto nella sua poesia emblematicamente intitolata Giovanni 1,14 (presente nella raccolta Elogio dell’ombra del 1969): «Io che sono l’È, il Fu e il Sarà / accondiscendo al linguaggio / che è tempo successivo e simbolo... / Vissi stregato, prigioniero di un corpo / e di un’umile anima... / Appresi la veglia, il sonno, i sogni, / l’ignoranza, la carne, / i tardi labirinti della mente, / l’amicizia degli uomini / e la misteriosa dedizione dei cani. / Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce».

A lungo si potrebbe riflettere attorno a questo nodo d’oro nel quale «anche il soprannaturale è carnale», come affermava Charles Péguy nel suo poema Eva (1913). Là il Figlio di Dio diventa «frutto di un ventre carnale», assumendo e riassumendo in sé tutta l’umanità fatta di carne e di sangue.

Tutto questo ci scandalizza ancora. Scandalo significa “inciampare”. Sì, ci scandalizza perché non abbiano ancora accolto davvero il fatto che Dio si fa uomo. Fin dall’inizio della cristianità alcune correnti rifiutavano il realismo dell’incarnazione, per esempio la “gnosi” e il “docetismo”. La “gnosi” sosteneva che la materia è male e quindi la creazione viene vista come negativa, così come la procreazione e il matrimonio. Viene celebrata la sessualità sterile. Il corpo è un puro strumento che non influisce sull’anima, sicché lo gnostico può vivere nelle forme di piacere più lascive e sostenere di rimanere puro nello spirito. Il docetismo, dal canto suo, negava l’incarnazione, sostenendo che la carne di Cristo era solo apparente, non potendo tollerare la realtà della sua passione e della sua morte.

Queste eresie antiche si presentano ancora oggi sia in forme virulente, ad opera di alcuni cosiddetti intellettuali, sia in forme larvate, che appartengono cioè al modo abituale di pensare di molti, anche cattolici. La fede nel Cristo benedetto viene sostituita, per esempio, dalla fede nella scienza e nella tecnica, pensando che la salvezza possa giungere dalla conoscenza scientifica e tecnologica, le quali prima o poi risolveranno tutti i problemi e ci offriranno una qualità di vita eccellente. Quanto sia zoppicante questa pretesa lo stiamo sperimentando tutti in questi anni. Certamente il sapere scientifico è cosa buona, e lo vediamo in questi mesi nei quali, grazie ai vaccini, siamo stati risparmiati da conseguenze gravissime, ma quando esso assume una pretesa salvifica, la pretesa della redenzione, diventa menzogna, perché preclude il cammino alla conoscenza della verità, che non è certamente limitabile allo sperimentabile. Sotto questo profilo non ci siamo ancora liberati dalla corrente filosofica dell’800 chiamata positivismo. Dall’altra parte ci sono alcuni riferimenti al sacro, ma si tratta di un sacro contraffatto, che in qualche modo rifiuta la realtà dell’incarnazione, per esempio: la magia, l’esoterismo, il misticismo vago, le varie forme di new age, l’alienazione spiritualista, il devozionalismo.

L’evangelista Giovanni non cesserà di contrastare questa visione che estenua la presenza storica di Dio e che rende esangue il volto di Cristo, e lo farà soprattutto nelle sue Lettere, ribadendo che è possibile un’esperienza uditiva, visiva e tattile del «Verbo della vita» (1 Giovanni 1, 1-3), per cui la discriminante dell’autentica fede cristiana è netta: «Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio e ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Anzi, questo è lo spirito dell’Anticristo» (4,2-3). «Sono, infatti, apparsi nel mondo molti seduttori che non riconoscono Gesù venuto nella carne» (2 Giovanni 7).

Il realismo dell’"incarnazione" diventa, quindi, una sorta di carta di tornasole dell’autenticità della stessa professione di fede cristiana. Del resto, se vogliamo essere fedeli alla Parola, in cui è contenuta la norma della fede, nei Vangeli, la loro stessa impostazione narrativa, che inizia dalla genealogia e dal racconto della nascita di Gesù (Matteo e Luca) e si sviluppa secondo una trama storica di eventi per approdare a una morte, è l’attestazione più limpida del legame intimo di Cristo con la "carne" fatta appunto di avvenimenti, tempo, spazio, esistenza. Egli è per eccellenza l’Emmanuele, Dio-con-noi, che procede spalla a spalla con l’umanità, rimanendo «con noi tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (si vedano Matteo 1,23 e 28,20).

L’"incarnazione" resta, perciò, un unicum cristiano. Scriveva significativamente nel suo Diario il filosofo Ludwig Wittgenstein: «Il cristianesimo non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell’anima umana, ma è la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo» (Preso liberamente da un testo sull’Incarnazione del Card. Ravasi)

Allora celebrare il Natale significa accogliere l’intreccio tra la vita di Cristo e la nostra, intreccio che ci immette in una comunione, in una unione, che ci libera dal non senso, da quel dinamismo nichilista dell’ “Io minimo”, descritto da Christopher Lasch in alcune sue opere. L’ Io minimo, dice, è disinvolto nel manipolare le impressioni che vive e suscita; è avido di ammirazione e di successo; è assetato di nuove esperienze emotive con cui colmare il suo vuoto interiore: è terrorizzato all’idea della fine, della vecchiaia e della morte.

Chiediamo al Signore, nato tra noi e per noi, di liberarci da questo “Io minimo”, che fa appassire la nostra umanità.

San Francesco, dopo avere realizzato il primo presepio vivente, fece mettere sulla culla l’altare portatile sul quale il sacerdote celebrò la Messa solenne, dopo che lui ebbe cantato il Vangelo. Nell’Eucaristia a cui ci accosteremo si rinnova in modo ineffabile lo scambio, l’admirabile commercium, che è il cuore della celebrazione del Natale: Dio ha assunto la nostra carne affinché noi potessimo essere partecipi della sua vita.

Portiamo a tutti questo annuncio di verità e di pace, traducendolo nelle opere di misericordia corporali e spirituali, le quali testimoniano se davvero abbiamo fatto Natale.

don Gabriele

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