Omelia del Parroco nella Giornata Memorare 2025

  • 17/03/2025
  • Don Gabriele

Quinta Giornata Memorare

23 febbraio 2025

1. Qualcuno preferirebbe forse lasciar cadere nell’oblio le giornate silenziose e lugubri di cinque anni fa, nelle quali la sicurezza – che si era trasformata in sicumera – di poter risolvere qualsiasi problema, in un modo o nell’altro, era svanita dinanzi ad un nemico invisibile e spietato. Il mondo, in un battibaleno, si era scoperto vulnerabile.

La paura, i primi morti, la gente che cadeva in terra per strada svenuta (non è un’esagerazione, è successo realmente davanti alla porta della casa parrocchiale) e che veniva caricata su un’ambulanza, la quale sfrecciava poi verso non si sapeva quale ospedale, l’attesa angosciosa di notizie sui propri cari, l’incalzare del numero dei contagiati e dei morti, le prime sepolture e gradualmente l’incalzare delle successive, pochi familiari presenti …

Il silenzio, tante volte desiderato, in quei giorni portava in sé qualcosa di ostile, quasi una minaccia …Che cosa stava succedendo al nostro mondo? Dove andavano i nostri sogni? Dove finiva il nostro impegno? Quante domande emergevano dal fondo del nostro cuore … E l’incertezza del domani … Mentre la primavera avanzava, il nostro mondo viveva la desolazione di veder sfiorire ogni iniziativa ingoiata dall’incertezza del futuro. I ricordi di quei giorni – come dice la Scrittura, sono “assenzio e veleno” (Lam 3,15)

2. Perché, però, oggi ricordare tutto questo e molto altro? Non è meglio girare pagina, dimenticare, pensare oltre? Non è meglio l’oblio?

Se ci pensiamo bene però l’oblio è una malattia spirituale, che trancia il presente dal passato. L’oblio è come una malattia degenerativa, la quale ci impedisce di riconoscere il presente. Non per nulla nella Bibbia ricorre con insistenza il verbo: “Ricordati!”

Oggi noi vogliamo ricordare la sorpresa, la paura, lo sconforto, il dolore, le lacrime, il lutto e il lamento, la pietas (per quanto era possibile) nei confronti dei deceduti, una solidarietà sconosciuta perché non frammentata in gesti occasionali, bensì continua, quasi obbligata dalle circostanze, un sentire comune che ci ha fatto percepire fortemente di essere una comunità proprio quando la comunità non poteva radunarsi.

Questo e molto altro vogliamo ricordare.

Vogliamo ricordare come la pagina evangelica di oggi, così alta, così impegnativa, quasi impossibile da vivere, si direbbe, perché parla di amore per il nemico, di benedizione per chi ci maledice, di preghiera per chi ci maltratta, in quei giorni sembrava possibile. La compassione che albergava nel cuore di molti, la solidarietà espressa in molti modi, il dolore condiviso non aveva forse sopito i rancori, aperto i cuori alla gratuità che, secondo il Vangelo di oggi, fa la differenza cristiana?

3. E come non possiamo ricordare il prorompere, in quella desolazione, del pensiero di Dio; esso si è affacciato come fenditura luminosa in un muro oscuro di paura e di dolore; forse non il Dio pienamente rivelato dal suo figlio Gesù Cristo, ma pur sempre un Dio che rispondeva all’impellente bisogno di trascendenza, che è diventato l’ennesima prova che la creatura umana tende a Dio perché nella sua struttura interiore è religiosa.

Ricordo bene quella domenica mattina, la prima domenica seguita alla chiusura, quando, terminata la Messa, sono uscito sul sagrato portando il Ss. Sacramento, ossia la presenza reale di Dio, per dire alla mia gente, a voi: Egli è qui, rimane con noi, non ci ha abbandonato, non ci ha punito. Egli resta la nostra grande risorsa. Ho ben in mente come, uscito sul sagrato portando l’Eucaristia, una finestra di un’abitazione prospicente la chiesa parrocchiale si è spalancata e un’intera famiglia si è affacciata, come per dire: “Sì, accogliamo questo messaggio di speranza. Egli non ci abbandona”.

4. Ricordiamo dunque in questi giorni la sofferenza della prova, il rinnovato ritorno a Dio, ma anche l’intreccio dei gesti minuti di vicinanza, di compassione, di aiuto, insieme a quelli eroici di coloro che si trovavano in prima linea, che hanno reso sopportabile quel tempo avvolto in un silenzio attonito.

La nostra comunità è stata la più provata nell’ambito del nostro territorio. La città di Codogno è diventata il simbolo della prima zona rossa, simbolo della resilienza, al punto di essere stata gratificata dalla visita del Presidente della Repubblica, ma Castiglione non è stata di meno.

Dopo essere stata presentata (erroneamente), all’inizio di tutto, come il luogo da cui il contagio si era diffuso, è stata dimenticata dai mezzi di comunicazione. Ma non si è data per vinta: lontana dai riflettori, tenacemente ha messo in campo le sue energie spirituali e materiali ed è risorta, tanto da essere annoverata (forse pochi lo sanno), in uno studio dell’Università Cattolica (poi pubblicato e presentato presso l’Ateneo), tra le cinque parrocchie virtuose, sul territorio nazionale, nell’utilizzo dei social al tempo della pandemia.

5. Sono passati cinque anni da quei giorni, che cosa raccogliere per il presente e per il futuro? Mi pare di poter sintetizzare tre aspetti: 1) la consapevolezza della fragilità del mondo e la necessità di prestare grande attenzione alla cura della casa comune in tutte le sue dimensioni; 2) il rinnovato appello a non scacciare Dio dall’orizzonte del vivere perché, come dice la Scrittura, “è lui la tua vita e la tua longevità” (Dt 30,19): la dimenticanza di Dio rende la vita dell’uomo innaturale; 3) il riconoscersi necessari gli uni agli altri, vivendo una fraternità reale, che, senza appiattimenti e senza omologare le differenze, ci aiuti davvero ad essere risorsa vicendevole.

6. Celebriamo ora l’Eucaristia, il rinnovato gesto del Signore che si dona a noi. A lui affidiamo coloro che in quel periodo ci hanno lasciato e sono stati accompagnati alla sepoltura senza quei gesti propri della pietas cristiana, che aiutano anche ad elaborare la sofferenza e il lutto. Vorremo anche con questa celebrazione circondarli del nostro affetto, quasi per “riparare” quanto allora non si è potuto fare.

E all’offerta Eucaristica uniamo anche tutti gesti di umanità, di abnegazione, di sacrificio fino al esporre la propria vita, che hanno caratterizzato quel periodo; Signore li restituisca resi fecondi ancor oggi dalla potenza salvifica del suo sacrificio.

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