SOLENNITA' DI CRISTO RE

  • 20/11/2021
  • Don Gabriele

Cari fedeli, per prepararci alla festa di Cristo Re, vi propongo questi passaggi dell’omelia che il card. Angelo Scola ha tenuto a Lecco il 6 novembre scorso, celebrando la Messa di ringraziamento per i suoi 30 anni di episcopato e per i suoi 80 anni di età. “Chiediamoci allora perché celebrare la festa di Gesù Cristo Re non è fuori luogo. In che modo Egli è re? Ce lo dice il passaggio della Lettera ai Filippesi che tutti abbiamo nel cuore: «… pur essendo nella condizione di Dio non ritenne un privilegio l’essere come Dio ma svuotò se stesso… diventando simile agli uomini» (Fil 2,6-7). E per fare questo accettò volontariamente la sua passione e la morte di croce in obbedienza al Padre e per la nostra salvezza. Ogni Eucaristia che noi celebriamo e in modo particolare quella odierna, dovrebbe portare al nostro cuore troppo indurito e alla nostra mente spesso ottusa una ben diversa consapevolezza del grande dono che Gesù ci ha fatto e che permane lungo i secoli nella storia dei popoli che l’hanno accolto e soprattutto nella nostra storia personale. Seguire Gesù nonostante i nostri limiti, fragilità, peccati… In una parola: nonostante la nostra inconsistenza, è la grande carta vincente della nostra vita perché «Gesù Cristo è Signore», cioè la gloria di Dio Padre e in ultima analisi la gloria dell’umanità redenta. I cambiamenti radicali che si susseguono a ritmo vertiginoso e non di rado violento esercitano in noi una sorta di fascinazione per la tecnoscienza e per la tecnocrazia fino a ritenerle in grado di osare una prospettiva che vada oltre l’umano (transumanista o addirittura post-umanista). Con il rischio però, senza nulla togliere ai grandi benefici di queste scoperte, di non vedere più la consistenza della realtà così come essa è e di rimuovere il sapere che essa ci suggerisce. È come se, sostenuti dall’opinione dominante, fortemente influenzata da questo stato di cose, avessimo dimenticato l’acuta osservazione di Hanna Arendt (1906-1975): «Non ho mai preteso essere altrimenti da quella che sono. Sarebbe come dire che io sono un uomo e non una donna… Esiste una specie di gratitudine di base per tutto ciò che è come è; per ciò che è stato dato e non fabbricato». Gesù Crocifisso, deriso anche dai soldati, tuttavia è lì ad attenderci come frutto dell’amore del Padre e del suo stesso amore. Ci attende. Ci attende col corpo donato e col sangue versato per noi. Cosa sarebbe la nostra personale e sociale umanità senza questo dono strabiliante? Non importa se, soprattutto nei Paesi di grande tradizione cristiana, noi uomini e donne giochiamo con l’oblìo di questo grande evento. Egli è là. E noi percepiamo come acuta ed imprescindibile l’affermazione di S. Paolo ai Filippesi: «Fratelli abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo» (Fil 2,5). Vale a dire la mente che tenda a Cristo, il cuore che ami Cristo, l’azione che riveli in noi un soggetto capace di assumere, come Lui fece, la condizione di servo, proprio diventando simile a noi. Chi ci aiuterà allora in questa travagliata esperienza della nostra piccola fede? Chi manterrà viva la luce di sapienza che il Figlio di Dio fatto uomo è venuto a portarci? Quante volte riaffiora in noi, che pur restiamo fedeli alla fede imparata da piccoli, l’insulto di uno dei malfattori crocifissi con Lui: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi». Questa tentazione di empia incredulità faccia in noi spazio alla posizione dell’altro ladrone, quella del timore di Dio. La nostra ingiustizia si sciolga nell’invocazione finale: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). A questa domanda il Crocifisso dà pronta e consolante risposta: «In verità io ti dico, oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). “Gesù, ricordati di me”: glielo chiediamo non perché Egli abbia bisogno di questa nostra invocazione. Di per se stesso Egli è questo ricordo in persona che genera come una eco la nostra domanda di Lui. Amen

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